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25 Aprile 2019 – L’intervento del Sindaco per le celebrazioni del 74° Anniversario della Liberazione

Il Sindaco del Comune di Lonate Pozzolo, Nadia Rosa, ha partecipato alle celebrazioni del 74° Anniversario della Liberazione. Ecco il testo dell’intervento, pronunciato al Parco delle Rimembranze:

Buongiorno a tutti.

Ringrazio tutti i concittadini, le autorità e le associazioni per essere intervenuti questa mattina alla solenne celebrazione in ricordo del 25 aprile 1945.

Oggi ricordiamo l’anniversario della Liberazione d’Italia.

Celebriamo gli eventi di 74 anni fa, quando, al termine della Seconda Guerra Mondiale, la nostra nazione veniva liberata dal giogo del nazifascismo, grazie all’azione dei tanti coraggiosi che hanno combattuto per la libertà.

Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione generale nei territori occupati dai nazifascisti. È il giorno del celebre telegramma “Aldo dice 26×1”. È il giorno a partire dal quale il nazifascismo fu costretto alla resa in tutta Italia.

Testo del telegramma diffuso dal Clnai indicante il giorno [26] e l’ora [1 di notte] in cui dare inizio all’insurrezione 

“A tutti i comandi zona.
Comunicasi il seguente telegramma: ALDO DICE 26 x 1 Stop Nemico in crisi finale Stop Applicate piano E 27 Stop Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga Stop Fermate tutte macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette Stop Comandi zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strade Genova-Torino et Piacenza-Torino Stop 24 aprile 1945”.

È una giornata di Festa Nazionale, certamente, ma deve essere soprattutto la giornata in cui ricordiamo questi momenti di ribellione per riconquistare la libertà che ha portato poi alle conquiste dei mesi successivi: la nascita della Repubblica Italiana e della sua Costituzione democratica e antifascista. È la giornata su cui si fonda la nostra democrazia.

La seconda Guerra Mondiale ha devastato l’Italia, l’Europa e il mondo intero, con atrocità che erano e sono inimmaginabili, anche se purtroppo reali.

Occorre sempre avere memoria di quanto accaduto, per evitare di ripetere gli errori, e soprattutto gli orrori, del passato. Ricordare non è così scontato. Gli anni passano, passano le generazioni e il rischio è di perdere quella memoria così preziosa, specialmente ora che con il trascorrere del tempo sono sempre meno i testimoni diretti di quel passato. C’è una citazione, molto celebre ma che per questo non deve essere considerata né banale né scontata: “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo” (George Santayana).

È importante, anzi è fondamentale mantenere la consuetudine della celebrazione della Festa Nazionale del 25 aprile. Serve un ideale passaggio di testimone che parta dai ragazzi che 74 anni fa combatterono per la nostra libertà, passi dalle generazioni che hanno vissuto il dopoguerra, arrivi a noi e prosegua alle giovani generazioni di oggi e così via.

L’indifferenza, il non riconoscimento o peggio, come purtroppo capita, il disprezzo del valore di quei momenti non porta a nulla di buono.

Negare l’importanza di questa giornata è un’offesa per tutti gli italiani ed è un’offesa  soprattutto per chi ha sacrificato sé stesso, perdendo la vita nel perseguire un’ideale di libertà, libertà di cui beneficiamo noi oggi. Oggi noi dobbiamo fare nostra l’eredità che ci hanno lasciato i partigiani che hanno lottato contro il nazifascismo: ci hanno donato la libertà offrendo sé stessi, partecipando attivamente in prima persona, in maniera altruistica, in nome di un ideale comune. Non facciamo che una simile enorme eredità si disperda.

Faccio mie le parole di Primo Levi che, sopravvissuto al lager di Auschwitz, ne raccontò la tragica esperienza con un preciso scopo: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.”

Il passato deve essere conosciuto, tramandato, raccontato, insegnato, analizzato. Dobbiamo avere gli strumenti per capirlo e non banalizzarlo in diatribe futili e decontestualizzate. Il 1945 è stata la liberazione di tutta l’Italia ottenuta da tutto il popolo italiano. Il 25 aprile è la sconfitta della dittatura, è la vittoria degli ideali di libertà e democrazia, che accomunano tutti noi. E’ questo il vero significato della Resistenza che oggi celebriamo: la cura degli ideali di giustizia e libertà. I soli che possano essere fondamento di un mondo di pace. Per questo motivo non possiamo ridurre questa ricorrenza a un’abitudine rituale e ripetitiva ed è per questo motivo che la celebrazione di questa Festa proseguirà per tutta la giornata, non limitandosi al ricordo dei caduti, ma con altre due iniziative nel pomeriggio e in serata presso la Sala Civica.

Non dobbiamo dimenticare cosa significa vivere sotto una dittatura. Per nostra fortuna la maggior parte di noi non l’ha sperimentato, ma ci sono tanti popoli ancora oggi sottomessi alla violenza e ai soprusi di un dittatore. E’ anche per loro che occorre ricordare i valori della libertà e della democrazia, perché gli orrori della guerra finiscano e non si ripetano mai più. La guerra ancora oggi si svolge appena al di là dei nostri confini ed è importante che tutti testimoniamo ogni giorno il valore della pace e soprattutto che ripudiamo le divisioni e l’odio, i soprusi e le ingiustizie. Dobbiamo essere contrari a ogni tipo di razzismo, xenofobia o paura del diverso, dobbiamo lottare attivamente contro le discriminazioni di genere o verso i più deboli perché non possiamo dimenticare quali sono state per esempio le conseguenze e gli effetti delle leggi razziali in Italia nel 1938, ma anche, in tempi più recenti gli odi razziali della ex Jugoslavia.

Ogni atteggiamento di questo tipo, anche quando è declinato in ambiti più ristretti o personali, ha conseguenze potenzialmente devastanti.

Come disse Pietro Calamandrei: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.”

È per questo che non possiamo trascurare ogni minimo segnale, che dobbiamo vigilare ed essere attenti perché quel passato di dittatura e di sopraffazione non ritorni. Nel momento in cui ci accorgessimo che l’aria comincia a mancare, potrebbe essere troppo tardi. Lo ha ricordato anche ieri il ministro Trenta: sono inquietanti i richiami, troppo frequenti, ai simboli di regime nefandi, o il fascino che esercita un moderno autoritarismo, che dietro l’illusione di una miglior efficienza in realtà svuota la democrazia del suo significato più vero e autentico. I segnali e i richiami li abbiamo visti anche ieri a Milano vicino a piazzale Loreto. Non bisogna mai abbassare la guardia.

Per concludere e per quell’ideale passaggio di testimone che suggelli il legame tra il passato e il futuro, leggo un brano tratto dalle Lettere di condannati a morte della Resistenza Europea, sperando che queste parole possano essere per tutti, e soprattutto per le generazioni più giovani, i germogli della consapevolezza di quello che è stato il passato e della volontà di combattere ogni giorno per la libertà.

Guglielmo Jervis, fucilato il 5 agosto 1944 in provincia di Torino, incise con la punta di uno spillo sulla copertina di una Bibbia queste parole: “Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea.”

Sabato Martelli Castaldi invece, trucidato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, scrisse sul muro della cella di via Tasso: “Quando il tuo corpo / non sarà più, il tuo / spirito sarà ancora più / vivo nel ricordo di / chi resta – Fa’ che / possa essere sempre di esempio”.

Questa invece è l’ultima lettera di un ragazzo appena diciottenne, Giordano Cavestro (Mirko), fucilato a Bardi (Parma) il 4 maggio 1944.

“Cari compagni, Cari compagni, ora tocca a noi. Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d’Italia. Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l’idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella. Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile. Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care. La mia giovinezza è spezzata, ma sono sicuro che servirà da esempio. Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà.”

Ricordando il ruolo che le donne hanno avuto nella Resistenza, che ascolteremo anche stasera in Sala Civica, vi leggo la lettera di Irma Marchiani (Anty), casalinga di 33 anni diventata informatrice e staffetta partigiana, fucilata il 26 novembre 1944. Il giorno stesso, dalla sua cella scrive: “Mia adorata Pally, sono gli ultimi istanti della mia vita. Pally adorata ti dico a te saluta e bacia tutti quelli che mi ricorderanno. Credimi non ho mai fatto nessuna cosa che potesse offendere il nostro nome. Ho sentito il richiamo della Patria per la quale ho combattuto, ora sono qui… fra poco non sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse.”

Vanno ricordati in questo giorno i partigiani lonatesi che persero la vita per donarci la libertà, cioè i fratelli Giassi e Domenico Lanceni e tutti i caduti per la patria.

Viva la resistenza, viva la liberazione, viva il 25 Aprile!

 

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